Native advertising. Comunque la si chiami è dove stanno andando i soldi

Vantaggi e scenari collegati alla comunicazione – soprattutto digitale – basata sull’offerta di contenuti di valore. Li sintetizza un’infografica che mette in luce il favore del genere tra media buyer e investitori

Dicesi ‘native advertising’ quella forma di monetizzazione che ha l’obiettivo di aumentare la user experience offrendo valore attraverso contenuti rilevanti.

Questa la definizione offerta dall’agenzia Solve Media che, lodevole sforzo divulgativo ha realizzato una chiara e ben fatta infografia su quello che oltreoceano pare da quest’estate essere diventato un tormentone: native advertising.

Nulla di più rispetto alla scoperta dell’acqua calda (le soap opera di P&G), e a tutto quello che si va ripetendo da anni sulla minore efficacia della pubblicità tradizionale e a quanto funzionino bene attività alternative. Soprattutto online, dove i banner standard sono pressoché ignorati e i video pop up si fa di tutto per saltarli.

Stanno all’opposto funzionando bene azioni definite appunto native advertising: contenuti sponsorizzati, produzioni video di pregio, web film, photo stream e grafiche interattive, rilanciati efficacemente sul piano social da post di Facebook sponsorizzati e da promoted tweet.

Inoltre lo studio, condotto quest’autunno su 800 media buyer, creativi, editori online e investitori, mostra dove all’interno del mercato si stiano spostando gli investimenti, non solo pubblicitari: il 57% dei venture capitalist, private equity e angel donors intervistati hanno dichiarato di essere propensi a investire in società che vendono native advertising, il 34% degli editori si è dichiarato propenso a integrare contenuti di tal genere all’interno dei propri media e il 25% delle aziende pensa di spendere oltre il 20% del budget in questa direzione.

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Native advertising. Comunque la si chiami è dove stanno andando i soldi ultima modifica: 2012-12-17T12:17:26+01:00 da Redazione

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